Comprendere la migrazione e l’asilo nell’Unione Europea

La Open Society Foundations si occupa da molti anni di questioni migratorie a livello globale. Ciò include il sostegno ad iniziative volte a migliorare il trattamento della forza lavoro migrante in Asia centrale, America latina, Asia meridionale e nella regione del Golfo, a sostenere una politica sull’asilo politico più efficace e condivisa in Europa, a sfidare le condizioni di detenzione dei migranti in molte nazioni e a difendere le loro comunità da una vasta gamma di attacchi di matrice xenofoba in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti.

Crediamo che la migrazione umana sia una delle maggiori prove che il mondo globalizzato deve affrontare. I rifugiati continueranno ad attraversare le frontiere alla ricerca di sicurezza per loro e le loro famiglie ogni volta che dovranno confrontarsi con guerre, persecuzioni e conflitti. Coloro che devono far fronte alla povertà in patria non smetteranno mai di andare alla ricerca di una vita migliore per sé e i propri cari.

Il nostro centro di focalizzazione sono le politiche umanitarie e le risposte delle istituzioni al fenomeno migratorio piuttosto che gli aiuti umanitari di emergenza.

Che cosa sta facendo la Open Society Foundations in tema della migrazione nell’Unione Europea?

Nell’Unione Europea la Open Society Foundations si adopera per sostenere coloro che lavorano per proteggere i diritti legali di migranti e rifugiati e per facilitare una soluzione alle sfide dell’integrazione. Sosteniamo lo sviluppo di soluzioni politiche realistiche alle sfide umane coinvolte.

Non “forniamo fondi alla migrazione” né in Europa né in altrove. Coerentemente con la nostra concentrazione su riposte istituzionali, non sovvenzioniamo le importanti iniziative di aiuto umanitario delle ONG, come le operazioni delle navi di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.

In Italia sosteniamo le organizzazioni che lavorano per una riforma del sistema nazionale di asilo politico. Medici per i Diritti Umani si impegna per ottenere migliori condizioni nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo; Refugee Welcome Italy promuove l’inserimento dei rifugiati e dei richiedenti asilo all’interno di strutture private in alternativa a quelle statali: ALGI e A Buon Diritto lavorano per garantire che le leggi internazionali, europee e nazionali siano rispettate durante le procedure di asilo, che le condizioni di accoglienza siano dignitose e che nessuno sia privato della propria libertà senza supervisione giudiziaria e tutele procedurali. La Coalizione italiana libertà e diritti civili e la sua piattaforma Open Migration forniscono dati, verificano i fatti e le storie per favorire il cambiamento nel dibattito sulla migrazione.

In Grecia lavoriamo con organizzazioni come il Greek Council for Refugees che monitora le violazioni dei diritti nelle aree di frontiera, nelle strutture di accoglienza e nei centri di detenzione, con la Hellenic League for Human Rights che fornisce ai richiedenti asilo informazioni affidabili sui propri diritti e obblighi e con il Greek Forum for Refugees, un’organizzazione gestita da rifugiati e migranti che cerca di promuovere l’integrazione nel paese. Solidarity Now, fondata nel 2013 dalla Open Society Foundations—e oggi fondazione operativa—fornisce alloggio, cure mediche di base e altri servizi assistenziali d’urgenza ai nuovi arrivati e alla popolazione greca.

In Spagna sosteniamo ONG che forniscono supporto legale ai rifugiati e cercano di migliorare il sistema nazionale di asilo come la Spanish Commission for Refugees e la Coordinadora de Barrios.

In Europa occidentale il lavoro della Open Society spazia dal Regno Unito alla Finlandia. Il Migrants’ Right Network segnala e sfida il razzismo e la xenofobia crescenti in Gran Bretagna, Migrant Voice amplifica le prospettive dei migranti grazie al suo giornale, Il Raul Wallenberg Institute in Svezia stimola la capacita dei movimenti grassroot di lottare per se stessi e Mediendienst Integration in Germania funge da affidabile fonte di informazione e dati per le comunicazioni dei media sulla migrazione.

In Gran Bretagna abbiamo lavorato con il governo allo sviluppo di uno schema di sponsorizzazione comunitaria, il Global Refugee Sponsorship Initiative, basato su un efficace modello canadese a sostegno dell’integrazione di famiglie di rifugiati appena arrivati.

In Europa centrale ed orientale sosteniamo organizzazioni locali che operano con l’obiettivo di assicurare un trattamento dignitoso ai nuovi arrivati e per assisterli nel processo di integrazione nella società. Menedék organizza corsi di formazione per professionisti, tra cui assistenti sociali, insegnanti e agenti di polizia che prestano servizio nei centri di detenzione per immigrati in Ungheria e la Association for Migration and Integration nella Repubblica Ceca si sta adoperando per garantire che i diritti dei cittadini dell’UE che lavorano nel paese siano tutelati.

La Open Society Foundations ha anche fornito fondi a sostegno dei rifugiati e delle comunità ospitanti in Turchia e Giordania, dove si trova la maggioranza dei rifugiati siriani.

Qual è la differenza tra un migrante e un rifugiato?

Un migrante è una persona che lascia la propria patria alla ricerca di una nuova vita in un’altra regione o paese. Fanno parte di questa categoria tutte le persone che attraversano le frontiere, compresi sia coloro che sono autorizzati dal governo e hanno ottenuto un visto o un permesso di lavoro sia le persone che invece non ne sono provviste, cioè i migranti irregolari o senza documenti. Gli stati membri dell’Unione Europea sono concordi sul fatto che i cittadini comunitari e le loro famiglie debbano avere la possibilità di muoversi liberamente all’interno della UE e dello Spazio Economico Europeo; questi cittadini sono migranti privilegiati perché non hanno bisogno di permessi individuali da parte delle autorità, contrariamente agli altri migranti.

Un rifugiato è un individuo che fugge da guerre, persecuzioni, disastri naturali. Lo status di rifugiato è definito dal diritto internazionale che impone agli stati di proteggere queste persone e non mandare nessuno in un luogo in cui rischia di essere perseguitato o dove la sua incolumità può essere messa a rischio. Gli stati sono i principali responsabili della protezione dei rifugiati. Le Nazioni Unite hanno calcolato che alla fine del 2015 i rifugiati nel mondo ammontavano a 21,3 milioni di persone.

“Asilo” si riferisce all’autorizzazione legale a restare in un luogo come rifugiato, status che comporta diritti e vantaggi. Non tutti i richiedenti asilo ottengono il riconoscimento dello status di rifugiato, ma ogni rifugiato è inizialmente un richiedente asilo.

Qual è la politica dell’Unione Europea in materia di asilo?

Il Sistema europeo comune di asilo (CEAS) è un insieme di leggi europee messo a punto nel 2005. Intende garantire che tutti gli stati membri dell’UE proteggano i diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il CEAS definisce standard e procedure minime per la gestione delle richieste di asilo e delle relative decisioni e per il trattamento dei richiedenti asilo e di coloro che otterranno lo status di rifugiati. Il livello di recepimento del CEAS varia tra i diversi stati dell’Unione Europea. Un certo numero di nazioni della UE continua a non disporre di un equo ed efficace sistema di decisioni e supporto al diritto di asilo. Ciò si traduce in un collage di 28 sistemi differenti che producono risultati disomogenei.

I richiedenti asilo non hanno l’obbligo giuridico di farne domanda nel primo stato della UE in cui arrivano e molti proseguono il loro cammino, cercando di raggiungere familiari o amici che li possano aiutare o un paese il cui il sistema di asilo funziona. Tuttavia il Regolamento di Dublino stabilisce che gli Stati della Comunità Europea possono scegliere di rinviare i richiedenti asilo nel paese di primo ingresso per la gestione della loro richiesta, nella misura in cui detta nazione possegga un efficiente sistema di asilo.

I paesi nordici della Comunità Europea, la meta agognata da molti rifugiati, hanno cercato di sfruttare il sistema sancito dalla convenzione di Dublino a proprio vantaggio e a scapito del sud, punto di primo approdo della maggior parte dei rifugiati. Tuttavia, questi sforzi sono stati ostacolati dall’inadeguatezza dei sistemi di asilo negli stati meridionali. I tribunali nazionali ed europei hanno emesso sentenze contro il ritorno dei richiedenti asilo in Grecia, in particolare con una causa esemplare nel 2011 da cui è emersa una violazione da parte del Belgio della Convenzione europea dei diritti umani che ha esposto un cittadino afgano a detenzione, dure condizioni di vita e rischi dovuti alle carenze del sistema di asilo della Grecia, paese in cui era stato rinviato.

Nel 2016 è stata proposta una riforma del CEAS che affrontasse la sua applicazione non uniforme e i problemi del sistema derivante dal Regolamento di Dublino. Tra le modifiche suggerite ve ne è una che rischia di mettere in pericolo il diritto di asilo nelle UE, imponendo di verificare in prima battuta se i richiedenti asilo possano trovare protezione all’esterno dell’Unione Europea. Alcuni degli stati membri dell’UE hanno già espresso il loro disaccordo con alcune delle riforme, in particolare con l’obbligo di accogliere rifugiati provenienti da altre nazioni dell’UE.

Qual è stata la risposta dell’Unione Europea ai flussi di rifugiati?

Nel 2015 un certo numero di migranti, tra cui molti siriani in fuga dalla guerra, hanno continuato ad abbandonare il loro paese. Alcuni stati europei, capeggiati dalla Germania, si sono resi conto che la loro strategia di cercare di bloccare il movimento dei rifugiati chiudendo le frontiere era tanto inattuabile quanto dannosa. Le nazioni hanno lavorato insieme per consentire ai migranti di spostarsi e raggiungere le destinazioni scelte. Ciò ha permesso agli stati accoglienti di concentrare le proprie risorse nel sostegno ai richiedenti all’asilo e nella valutazione delle domande.

All’inizio del 2016, il supporto a questa politica ha cominciato a vacillare, con l’emergere di una sempre crescente ostilità verso i migranti all’interno del dibattito politico. Alcuni stati sul percorso dei migranti hanno iniziato a chiudere le frontiere. La situazione si è ulteriormente deteriorata quando la decisione della UE di trasferire 160.000 richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia ad altri Stati membri dell’Unione ha incontrato una diffusa resistenza. Alla fine, una piccola percentuale dei trasferimenti necessari ha avuto luogo.

In risposta al fallimento di espletare in maniera adeguata le domande di asilo, la UE ha istituito i cosiddetti “hotspot” in Grecia e in Italia. Negli hotspot i migranti in ingresso vengono identificati, registrati, vengono prese loro le impronte digitali e poi indirizzati a procedure di asilo o rimpatrio. In pratica, molti hotspot si stanno trasformando in centri di identificazione e di espulsione sovraffollati e con personale insufficiente, con poco controllo esterno.

Nel marzo 2016, la UE ha annunciato un accordo in base al quale la Turchia avrebbe tentato di impedire lo spostamento dei migranti negli altri paesi europei e, in cambio, avrebbe ricevuto assistenza finanziaria, la possibilità per i suoi cittadini di viaggiare in Europa senza visto e un’accelerazione dei negoziati per la sua adesione all’Unione. Ma la dichiarazione tra l’Unione Europea e la Turchia non ha previsto una chiusura delle frontiere e migliaia di migranti hanno continuato a muoversi illegalmente rivolgendosi ai trafficanti. Dal momento dell’accordo, solo 750 richiedenti asilo sono stati rinviati dalla Grecia alla Turchia perché i funzionari e i tribunali greci considerano quest’ultima una nazione non sicura.

Quanto sopra è un esempio di prassi controversa in cui la UE vincola aiuti allo sviluppo o incentivi economici all’impegno da parte degli stati ad arginare e gestire il movimento migratorio dal proprio territorio. Accordi analoghi sono in corso di approvazione con una serie di paesi terzi tra cui Libia, Egitto, Sudan e Nigeria. Nel giugno 2016, la Commissione Europea ha proposto un nuovo “partnership framework” con paesi terzi in Medio oriente e Africa che ha suscitato critiche da parte di un’ampia gamma di soggetti che hanno contestato accordi con paesi in cui vi è evidenza di scarso rispetto dei diritti umani e che inoltre sono in conflitto con framework di protezione internazionale, compreso il diritto di lasciare il proprio paese.

La UE continua inoltre a sostenere i rifugiati in paesi di accoglienza come la Turchia, il Libano e la Giordania (dove si trova la maggior parte dei profughi siriani) anche fornendo fondi ad agenzie delle Nazioni Unite che lavorano sul campo come l’UNHCR o il WFP.